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Istituzioni

Il percorso si snoda partendo dal colera, che si affaccia per la prima volta in Europa nel XIX secolo: nel 1817 parte dall’India, si propaga in Cina, in Russia (Domenico Rossetti lo chiamava “la maledetta peste moscovita”) e infine nell’Europa centro orientale e nord-occidentale. Penetra nell’impero asburgico (e quindi a Trieste) nei primi anni ’30.
È un’epidemia che ha dimensioni continentali: si propaga attraverso i paesi e non c’è cordone sanitario che tenga. Ma la chiusura delle frontiere, il divieto di entrare in un paese se non con un passaporto che attesti il buono stato di salute e addirittura riporti la conferma della polizia in merito alla situazione sanitaria locale è la prima delle misure che viene adottata a partire dall’inizio degli anni ’30 anche dal governo austriaco, non appena si hanno notizie della propagazione del contagio: vengono quindi istituiti cordoni sanitari.
È una malattia nuova, di cui non si conoscono la natura e la modalità di propagazione. Quello che emerge dai documenti, infatti, è l’incertezza (almeno iniziale) con cui affrontare l’emergenza sanitaria: l’interlocuzione continua tra le autorità politiche e quelle mediche per trovare la migliore modalità di gestione dell’epidemia e la miriade di notificazioni, editti, note relative alla gestione dell’emergenza – che richiamano gli attuali DPCM e le circolari del Ministero della salute – testimoniano il difficile compito di tutelare la salute pubblica.

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